domenica 20 agosto 2017

(My) Klimt Experience

All'incirca una volta ogni ciclo solare mi concedo una mostra al museo. Il motivo di questa rarefazione museale è scontato quanto una foto di sushi su Instagram: costante scarsità di denaro. Ciò nonostante, quando il desiderio culturale chiama prepotentemente, rompo il porcellino e mi concedo un momento di alta cultura da poter sbattere in faccia ai conoscenti, per darmi un tono. Quest'anno inoltre avevo il vantaggio di avere in dotazione la carta dei musei, che schiudeva le porte di ogni mostra.
In questi giorni il mio cuoricino batteva per Klimt, una mostra che prometteva ben più dei soliti quattro quadri da guardare con le dita abbracciate al mento e lo sguardo tatticamente socchiuso per sembrare un vero intenditore. Il Mudec (il museo che ospitava la mostra) prometteva un'esperienza multimediale, immersiva e totale nell'opera, una cosa che avrebbe dovuto far scoppiare gli occhi dall'emozione ed immergere in tanto di quell'oro da farci sentire Charlize Theron nella pubblicità di Dior (J'Adoooore!). Quindi il mio cuore innamorato ha trascinato me e la mia famiglia fino al Mudec, pronta ad assistere al più grande spettacolo dopo il Big Bang. Arrivata al bancone con il mio cuoricino in una mano e la tessera dei musei nell'altra, ecco arrivare la prima, profetica delusione: la tessera non mi permetteva di entrare gratis alle mostre temporanee. Buffo, se si considera che il Mudec vive di mostre temporanee e che l'unica mostra permanente è una microscopica collezione di oggetti provenienti dai quattro angoli del globo di cui neanche le targhette esplicative sanno molto. Praticamente, ti fanno spallucce quando le consulti. Ingoiando il tedio che mi aveva già iniziato a far ballare l'occhio dal nervoso, mi sono ritrovata a guardare la frase della commessa galleggiare davanti agli occhi ("Sono 12 euro, prego") e a questionarmi sul solito dilemma shakespeariano in salsa poraccia: to spend or not to spend? That's the question. Ma il cuoricino palpitava e la parola "Experience" sul tabellone di presentazione della mostra sfarfallava ammiccante, promettendomi il Valhalla sulla terra. Abbiamo deciso quindi di mandare alle ortiche il nostro lato risparmiatore e di sperperare i nostri averi al grido simultaneo di "Si vive una volta sola" e "lo facciamo per l'arte" (che, visto da fuori, sarà sembrato un mezzo pollaio, ma tant'è).
Mentre il mio portafogli piangeva la prematura dipartita dei miei soldi, il cuoricino mi faceva macinare gli scalini che mi dividevano dall'agognata (e ormai costosetta) mostra. Leggero come un colibrì, il cuore svolazzava lungo i pannelli introduttivi disposti a separé che però mostravano una chiara confusione esistenziale, dato che immagini e testi erano disposti in modo da costringerci ad un continuo balletto ondulatorio per accedere a tutte le informazioni. La profezia numero 2 ci aveva resi tutti simili a pendoli di un orologio ottocentesco. Uno spettacolo nello spettacolo. La profezia numero 3 ci stava aspettando all'ingresso della mostra, nella forma della maschera che staccava i biglietti. Questa, come una Pizia ultramoderna, ci ha detto cripticamente di non sostare nell'ingresso ma di "andare verso il centro". Il centro di cosa? Della Terra? Il centro della nostra anima? Il centro dell'universo? L'ombelico del mondo? Il nostro sguardo da turista davanti ad un cartello scritto in cirillico la diceva lunga sul nostro stato confusionale. Abbiamo proceduto oltre, ed ecco la profezia numero 4: un corridoio in cui si era costretti ad ammassarsi per leggere i dettagli (in ordine cronologico, quindi non saltabili) della vita dell'autore. Inizio a chiedermi chi abbia curato questa mostra: forse i Teletubbies o qualcuno laureato in approssimatologia. Finalmente siamo arrivate alla grande tenda di velluto che ci separava dall'"Esperienza". Entrando, abbiamo troviamo una stanza rettangolare. A terra c'erano una trentina di persone che osservavano le immagini. Sembrava che qualcuno avesse sbriciolato persone mentre mangiava un biscotto di umani. Sulle pareti (ma badate bene, non sul soffitto e pavimento) erano proiettate immagini delle principali opere di Klimt alternate ad animazioni di gusto discutibile e misteriose piante di edifici, che suppongo appartenessero all'epoca secessionista. Spoiler: non lo sapremo mai, perché questa mostra non aveva neanche una spiegazione, neanche una didascalia, neanche una sillaba caduta per sbaglio sullo schermo per un incidente con la tastiera. Niente. di. Niente. L'aspetto didattico era già andato nel cesso e non ero neanche entrata! Ottimo!
L'assenza di parole era compensata da una costante presenza di brani di musica classica messi a caso ad accompagnamento delle immagini. E parliamone, di queste immagini: le proiezioni erano tutto fuorché immersive e non solo perché i curatori avevano dimenticato che una stanza è un poliedro con 6 (6!) lati, ma anche perché i pannelli non mandavano un'immagine unitaria del dipinto, ma una ripetizione dello stesso su ogni parete: su ogni muro erano proiettate due volte le immagini, creando un effetto più da stanza degli specchi che da acquario ed un mal di testa cronico da iperstimolazione visiva. Primo colpo del mio cuoricino. Seconda cosa, forse la più imbarazzante: le ANIMAZIONI. Una ode al trash che sembrava uscito direttamente dalla mente di Kesha. Ritagli di immagini femminili tratte dalle opere klimtiane che ondeggiavano fingendo di nuotare in mari di pesci (anch'essi dettagli ritagliati dei quadri), riproduzioni digitali di palazzi d'epoca lucide come solo il peggior digitale sa essere che scendevano come marionette da un palchetto ottocentesco, tende di velluto rosso che, più che omaggiare Klimt, catapultavano in una puntata di Twin Peaks, e, chicca delle chicche, fiamme digitali, anche loro in serie, che arrivavano direttamente dai primi anni 2000 e accompagnate dai Carmina Burana (bye bye Klimt, welcome Inquisizione spagnola!). E poi, altra ciliegina sulla torta: gli ingrandimenti a scorrimento dei quadri. Se consideriamo che l'80% dei lavori di Klimt sono nudi artistici, potete immaginare cosa possa significare farne degli ingrandimenti a scorrimento verticale su un maxischermo. Praticamente, il sogno di ogni adolescente maschio degli anni '70! Ci siamo ritrovati ad "ammirare" per interi secondi gigantografie di pubi rossicci, sederi di ragguardevoli proporzioni e seni grandi come lampadari di cristallo.
La raffinatezza klimtiana trasformata in una versione su tela di Playboy! In sostanza, quello che abbiamo potuto apprezzare è stata una presentazione in Power Point un po' osé per analfabeti. Avrei dovuto intuire che sarebbe andata a finire così dalla profezia numero 5: un bambino che, all'ingresso, si rifiutava di entrare dicendo "io ho 8 anni, mica 18". Quanto aveva ragione! Nemmeno io ero preparata a tanto! Ad un certo punto, annoiate da questo tripudio di ingrandimenti, musica e tendaggi da quattro soldi, abbiamo deciso di passare alla stanza successiva. Io volevo nuotare nell'albero della vita, volevo camminare vicino al fregio di Beethoven, volevo immergermi negli ori. E invece, mi sono immersa nell'uscita. Esatto. L'intera mostra era composta da quella esposizione multimediale che poteva funzionare forse solo all'esame di maturità di qualche studente di un istituto tecnico. Ho capito in quel momento perché la gente continuava a ritornare nello stanzone principale, con una faccia leggermente alterata. Erano rimbalzati da un campo di forza fatto di delusione, disappunto, imbarazzo e la vaga sensazione di essere stati truffati. I rimbalzati si riconoscevano subito: faccia tirata, bocca a culo di gallina, e tentativi poco efficaci di dissimulare. Mia sorella poi, una volta rimbalzata, aveva assunto la sua tipica faccia da struzzo, pessimo segno per una eventuale recensione positiva. Diciamoci la verità: questa mostra era un disastro. E' stata curata probabilmente da una giraffa intenta a mangiarsi una caccola, costruita graficamente da un quindicenne ormonato e messa sul mercato con lo scopo di truffare più persone possibili! Avrebbe potuto essere una esperienza immersiva solo se fossimo stati tutti sotto acidi! E anche così, non garantisco che quello che avremmo visto sarebbe stato Klimt! Dopo un'ora e mezza lì dentro, ormai annoiate a morte e visibilmente incavolate, abbiamo deciso di aver espiato abbastanza i nostri peccati e ce ne siamo andate. Solo per incontrare l'ultima beffa: il negozio di merchandising a tema Klimt come tappa obbligata pre uscita. Non ho ribaltato tutto solo perché erano prodotti molto costosi. Quella sì, però, che sarebbe stata un'esperienza immersiva! 

Duille

domenica 13 agosto 2017

Capitolo 21: Il Racconto dell'Ancella

Raccontare un romanzo distopico è quasi impossibile: gli spunti di riflessione, le simbologie e le tematiche in essi sviluppate sono sempre così tante da richiedere come minimo una tesi di un centinaio di pagine solo per accennarli.
Il Racconto dell'Ancella, di Margaret Atwood, non fa eccezione. Si tratta infatti di un romanzo denso come una salsa tonnata e dalle tematiche serie come un basset hound quando non corre. Il romanzo presenta molti degli elementi propri del genere, come la totalitarizzazione della società, l'ideologia fondamentalista, la ritualizzazione della vita, il controllo claustrofobico e l'alienazione dell'amore. Ci troviamo infatti in una Stati Uniti post bellica, in cui una dittatura di stampo cristiana  ha organizzato la sua società, piagata da un'infertilità globale, secondo una struttura gerarchica in cui gli uomini hanno il potere assoluto sulle donne, diventate oggetto da utilizzare a scopo domestico (le Marte), come immagine da sfoggiare (le Mogli) o con funzione riproduttiva (le Ancelle). La Atwood tratteggia un mondo esasperato, in cui l'ideologia religiosa diventa motore e giustificazione assolutoria per epurazioni di massa, misoginia, schiavismo, tortura, stupri e violenza.  In essa viene negata ogni libertà individuale, compresa quella dell'identità, nella folle convinzione di regalare alle donne in cambio  protezione, cura, rispetto e un nuovo tipo di libertà, la libertà dal famelico sguardo maschile e dalle imposizioni sociali che schiacciavano la vera natura del femminile: la procreazione e la cura del focolare domestico. L'innalzamento del femminile che passa attraverso il suo totale annientamento, quindi. E' un mondo che punta tutto sull'indottrinamento forzato dei suoi adepti/prigionieri, nella forma di propagande religiose, frasi da ripetere come formule magiche, slogan distorti pescati dal Vecchio Testamento e nomi fintamente rassicuranti, come Zia, Rigenerazione, Ancella, Partecipazione, lupi travestiti da agnello dietro cui si celano aguzzini, impiccagioni, uteri in affitto, lapidazioni. L'indottrinamento, nel romanzo, passa soprattutto attraverso la costruzione di complessi rituali ordinanti, che tentano inutilmente di incivilire il bestiale, come tappeti troppo stretti sotto cui nascondere le ceneri dei cadaveri bruciati e che trovano massima espressione nel rituale della Cerimonia e nella ritualizzazione della violenza. Il mondo della Atwood è quindi un mondo che tortura psicologicamente i suoi abitanti, isolandoli in un guscio di solitudine in cui muoiono lentamente: ciò viene fatto attraverso un continuo controllo dell'uomo sulla donna e della donna sulla donna, in cui tutti sono la spia di tutti. La sensazione costante è quella del fantasma di un cappio che segue ogni tuo passo.
In questa realtà fintamente ordinata, vi è poi un totale annullamento dell'amore e l'isterizzazione della sessualità, che diventa pura meccanica a fine riproduttivo, impersonale ed alienante, oltre che vero nodo centrale dell'intera vicenda e primaria spinta propulsiva del totalitarismo.
Accanto a questi elementi canonici troviamo poi i veri temi innovativi del romanzo, impregnati di una sottigliezza tagliente come il bordo della carta e squisitamente femminile, a partire dalla sua protagonista. La storia verrà infatti narrata in prima persona da Difred, un'Ancella. Difred non è un'eroina classica né un'antieroina, non combatte nella resistenza e non è una spia. Lei vive, come viveva, negli spazi bianchi tra le colonne dei giornali, "negli interstizi tra le storie altrui". E' una donna che ha come unico scopo quello di sopravvivere. Fisicamente e mentalmente. La sua sopravvivenza passa attraverso una catena di pensieri ininterrotti che ci accompagna per tutta la narrazione, ma non un vero flusso di coscienza, quanto un esercizio, per mantenersi viva, per restare sana di mente, per occupare il tempo, per tappare ogni buco di silenzio in cui si potrebbe insinuare la consapevolezza. Il pensiero è la sua arma di ribellione, l'ultimo baluardo della sua identità negata. Penso, quindi sono. La sensibilità femminile della Atwood emerge proprio in questa scelta, nel porre il pensiero, e non l'azione,come accade in molti romanzi maschili, al centro della lotta. Il mondo di Difred è fatto di dettagli visivi: portaombrelli, mattoni, soffitti decorati senza lampadario, tendine bianche che di volta in volta assumono nuovi significati. Difred vi indugia, li studia, li percorre al millimetro, li amplifica per non perdere nulla, per riempirsi di qualcosa laddove lei è svuotata, snaturata. Il Racconto dell'Ancella è un libro-testimonianza, un libro-solitudine, un monologo riempito di tutto ciò che aiuti a sentire qualcosa in più della paura di fare un passo falso, di essere sorpresi ad essere ancora se stessi. Così Difred pensa, indugia sulle rifiniture delle finestre, sui gambi dei fiori, sui cadaveri appesi al Muro, sulle uova traslucide della colazione. La narrazione in questo modo assume tratti atipici per questa tipologia di romanzi: è lenta, alienante e ripetitiva nei contenuti, volutamente stagnante, come una giornata particolarmente afosa, ma che è resa fluida e stimolante dalla scelta stilistica dell'autrice, che predilige una narrazione asciutta nella costruzione del periodo ma impreziosita da una catena di similitudini originali ed estremamente evocative.
Altro aspetto innovativo è la particolarissima vicinanza, quasi adesiva, tra il futuro distopico e il passato. Galaad non è solo una società distopica, ma una società che si è distopizzata. Vi è un costante riferimento, nella narrazione di Difred, ad episodi del suo passato, della sua quotidianità fatta di sandali, di collant premuti sulla gamba, di abitudini sempre più lontane e quasi diventate a loro volta bizzarrie distopiche. Questo continuo riferimento al nostro presente non fa altro che incrementare il realismo e la nostra identificazione con il personaggio. Difred siamo letteralmente noi. E' quello che potremmo essere non in un futuro lontano, ma domani, o anche oggi. Forse sta già accadendo e non ce ne stiamo rendendo conto. Proprio come lei. 
Sicuramente però l'elemento più interessante è la strutturazione della società, che trova il suo fulcro nell'oggettificazione definitiva della donna, diventata puro suppellettile, domestica o utero. Questa depersonalizzazione trova massima espressione nella scelta dei nomi delle Ancelle. Difred infatti non è il vero nome della protagonista, ma un patronimico che ne sottolinea ulteriormente la sua natura di oggetto posseduto da altri. Difred significa semplicemente che quella ancella è Di Fred. Appartiene a Fred. Si tratta di un tema analizzato ancora una volta con una sensibilità squisitamente femminile e che amplifica il senso di claustrofobia del romanzo e l'identificazione con la protagonista.
Menzione d'onore spetta poi alla postfazione, che racchiude l'apice dell'intuito creativo dell'autrice. In essa troviamo un ammonimento chiaro ed esplicito a noi lettori, dato che tutto ciò che viene rappresentato nel romanzo non è pura invenzione, ma la sintesi di diverse pratiche esistenti o esistite nella storia. Una scelta di esplicitazione originale in un romanzo distopico, che solitamente predilige lasciare al lettore il compito di un'analisi critica delle tematiche.
Tutto questo è possibile solo ed esclusivamente grazie alla estrema bravura dell'autrice e alle sue sapienti e studiate scelte narrative: il flusso di coscienza le permette di immergerci totalmente nella vicenda e guidarci a suo piacimento lungo i diversi archi temporali, senza ordine di continuità, rendendo tutto estremamente naturale, come se fosse un pensiero che si insinua, che emerge come un tappo di sughero galleggiante sull'acqua. Ciò le permette di dare le inevitabili spiegazioni, di raccontare i come ed i perché senza perdere mai il qui e l'ora. La scelta di usare il presente indicativo, inoltre, le permette di incrementare l'effetto dissociativo del racconto, annullando il tempo e appiattendo tutto in una quotidianità soffocante, alienante e costringendo in un presente ripetitivo come il movimento di una lancetta d'orologio. In definitiva il Racconto dell'Ancella è un romanzo avvincente, attualissimo nelle tematiche, un prodotto letterario meticolosamente studiato ed egregiamente costruito e, naturalmente, un esempio della raffinatezza del pensiero artistico femminile. Un libro che non lascia scampo, un libro alla Anna Frank, un monito a fare attenzione, a non dimenticare che quello che abbiamo è fragile come un nome scritto sulla carta.  
Duille

"Esiste più di un genere di libertà, diceva Zia Lydia. La libertà di e la libertà da. Nei tempi dell'anarchia, c'era la libertà di. Adesso vi viene data la libertà da." (p.31)




lunedì 7 agosto 2017

L'estate (troppo) addosso

Le mie estati, da un po' di anni a questa parte, sono caratterizzate sempre dalla stessa fissazione: l'ossessivo controllo del meteo. Lo consulto sul cellulare, lo adocchio dal computer, lo attendo sul telegiornale con il pathos di un cittadino davanti alle ultime notizie di guerra. Se nei thriller il protagonista tendeva l'orecchio cercando di captare i passi felpati dell'assassino di turno, io tendo l'occhio, in cerca di quella chiazza rosso vivo, quella voglia rubino che si allarga sulla cartina europea come una macchia di olio sulla maglietta preferita, e che annuncia la fine della voglia di vivere e, naturalmente, l'evaporazione della mia pressione sanguigna.
La guerra dei mondi inizia con l'arrivo del terribile, sadico Anticiclone, atteso come la visita della suocera con cui non vai d'accordo e traumatizzante quanto la scoperta del primo capello bianco. Il terrorismo psicologico, volto a gettarci nel panico ancor prima del suo arrivo, non è dato solo dal colorito incandescente che vediamo nello schermo, ma anche dal nome che masochisticamente diamo loro. Così, giusto per stemperare. Nomi bellicosi, come Scipione o Hannibal, carico di promesse di una morte lenta e dolorosa, ma anche nomi biblici, come Caronte o Lucifero, che ci catapultano in un ricordo scolastico fatto di complesse traduzioni di certe terzine incatenate disposte sui nostri libri in colonnine ordinate e severe. Dante non lo sapeva, ma ha contribuito non poco alla meteorologia del nuovo millennio, almeno dal punto di vista anagrafico. I vari Caronte e Minosse ci forniscono un assaggio di Inferno, ci regalano una simulazione realistica dell'esperienza della faraona nel forno, ci omaggiano degli aspetti meno piacevoli della vita nel deserto senza la controparte esotica. E' semplicemente il Sahara che apre un temporary shop abusivo sulla nostra testa senza che noi possiamo farci niente. Loro arrivano, si piazzano e ci devastano con la loro calorifera presenza, regalandoci un'estate che ci sta decisamente troppo addosso e unendo l'umanità in un unico, prolungato gemito di dolore, stranamente simile al verso di una capra. Non solo. Gli anticicloni ci riportano alle origini della specie, prima dei mammiferi e degli anfibi, all'epoca dei pesci, rendendoci brutte ma forse più realistiche sirene con gli occhi a palla, boccheggiamenti pieni di parole mute (imprecazioni mute), pelle lucida e maleodoranti profumi di disperazione davanti all'ennesima sveglia a base di raggi solari. Gli anticicloni ci decostruiscono, ci spogliano delle architetture sociali restituendoci animali privi di trucchi scenici per affascinare, senza messe in piega ordinanti, senza biglietti da visita indossabili. Solo il muto grido del bisonte accaldato in cerca della pozza d'acqua ghiacciata che, nel nostro caso, è rappresentato dalla confluenza nei centri commerciali.
Tanti fenicotteri rosa starnazzanti nello stesso spazio, una scelta a cui ci pieghiamo volentieri, in nome del Santo Graal estivo, l'aria condizionata. Tutto per evitare quella situazione di disidratazione costante a cui i vari Scipioni ci costringono. Gli anticicloni infatti ci rendono rubinetti che perdono: personalmente, tutto quello che, in questo periodo, immetto nella bocca, lo espello subito dopo attraverso i pori disseminati lungo il corpo, pori di cui tra l'altro ignoravo l'esistenza fino a questo momento. L'anticiclone quindi fa lo smargiasso insegnandoci la biologia a colpi di esempi, mostrandoci la ghirlanda di sudore che ci ricopre avambracci, gambe, colli, fronti, come fossimo birre appena uscite dal fiume, salvo poi ricordarci che tutto questo mosaico liquido che imperla il corpo non è solo acqua. Magari lo fosse. No, noi non siamo birre uscite da un ruscello di montagna, ma pesci lasciati troppo tempo fuori dal frigo. Ed infatti presto, troppo presto, tutta la pelle si ricopre di uno strato di colla di pesce, caramello che si appiccica a tutto quello che -maledizione!- tocchiamo e ci rende carta moschicida di noi stessi. Ci sciogliamo, ci appiccichiamo dolorosamente alle pareti, alle sedie, ai pavimenti su cui tentiamo un disperato refrigerio e alla nostra stessa pelle, naturalmente, con un effetto esfoliante decisamente non voluto. E poi, naturalmente, dopo giorni tutti uguali di arsura, miraggi e rituali pagani per invocare invano la pioggia, subentra l'irritazione verso il mondo tutto che, con la sua sola presenza respirante, traspirante, semovente, produce nuovo calore. E così l'anticiclone dal nome bellicoso si incarna in noi, rendendoci a nostra volta Minossi, Caronti, Scipioni, Luciferi, e spingendoci facilmente al pensiero omicida anche per il posto rubato alla fila della posta. Diventiamo teste calde perché abbiamo la testa calda. E questo perché l'anticiclone scioglie tutto con la sua fiamma ossidrica, anche la distanza tra letterale e simbolico. Semplicemente, tutto si fonde insieme, come il tempo, che diventa un colloso presente senza fine né inizio. Come il giorno e la notte, che sono solo un cambiamento di luce in questo sottomarino di afa. Morale della favola quindi, l'anticiclone è un viaggio indesiderato nel deserto dei Tartari, la fine del mondo così come lo conosciamo e l'inizio di una versione meteorologica di Hellraiser. E dato che la situazione non andrà migliorando di anno in anno, speriamo almeno che, una volta finiti i nomi storico/biblici, l'ufficio anagrafe climatico inizi a dare nomi più interessanti a queste succhiavita aeree. Almeno ci potremmo consolare sapendo che stiamo morendo per mano di Sauron, Voldemort, Il Nulla, Miss Coultier, Grindewald, Smaug o il Demogorgone. Se non altro, il mio lato nerd sarebbe soddisfatto.  
Duille

lunedì 31 luglio 2017

It's all about the blog: liebster award 2017

Signori, è di nuovo quel periodo dell'anno. E' arrivato il Liebster Award day! Lo so, a volte potrei sembrare un po' troppo commossa da questo evento, ma se ci pensate bene è una cosa straordinaria, un segno di stima e affetto totalmente gratuito che ti fa sentire al caldo come dentro un comodo maglione di lana (o un frigorifero imbottito di piume, visto che siamo in estate).
Quest'anno, come l'anno scorso, una splendida anima digitale mi ha nominata tra i "vincitori" di questo premio ed io non posso che profondermi in inchini, strombazzate di naso e occhioni da cucciolo innamorato di fronte ad un gesto così piccolo, eppure così importante. Ed è ancora più sorprendente e meraviglioso poiché la suddetta anima mi era completamente ignota fino a questo momento: che posso dire? Ho preso il volo come una mongolfiera colma di elio!!! Grazie, grazie e ancora grazie Julia. Nel caso non la conosceste, Julia scrive un blog carinissimo, che sto scoprendo poco a poco e che è un po' uno specchio delle sue passioni più profonde, come libri e manga. La trovate qui, su Tanto non importa. Fateci un salto, non ve ne pentirete! Ed ora tagliamo corto, che si sa, le sezioni dei Liebster Award sono lunghe e si conciliano PESSIMAMENTE con la mia naturale tendenza alla logorrea! Ricapitoliamo le basi per chi non lo conoscesse:
1. Il liebster award è un premio virtuale rivolto a blog con meno di 200 iscritti. Ha lo scopo di far conoscere anche noi, piccoli soldi di cacio, al grande pubblico che sguazza nel mare del web. 
2. la prima cosa da fare è ringraziare il blog che vi ha premiati. Della serie, se l'educazione non la conosci da te, te la forniamo noi in pillole. 
3. Dato che il liebster Award ha un'anima da ossessivo, tutto gravita intorno al numero 11: si deve rispondere alle 11 domande del blogger che vi ha premiato e formulare 11 domande per 11 blog che nominerete a vostra volta alla fine del testo più lungo della storia d'Italia. Escluso Dante, s'intende. 
4. Alla fine è richiesta comunica su carta pergamenata, inviata via gufo, posta o cavallo, agli 11 vincitori. Ma basta anche solo avvisarli nel loro blog. 
Adesso che abbiamo messo gli indispensabili puntini sulle "i", partiamo con le risposte alle bellissime domande che Julia ha scelto: 
1. Raccontaci un tuo ricordo d’infanzia bello o divertente
Praticamente tutto i miei ricordi d'infanzia sono popolati da strane costruzioni e dalla presenza costante della migliore compagna di giochi per eccellenza, mia sorella. Pescandone uno a caso, ricordo che una volta avevamo arraffato un gomitolo di lana e di questo tesoro avevamo fatto la cosa più logica da fare con un gomitolo di lana: tappezzare la camera di fili, che passavano da un lato all'altro della stanza, per poi improvvisarci agenti segreti che dovevano superare (senza toccare) dei terribili raggi laser lanosi che avrebbero potuto ucciderci. Per noi, solo imprese di rilevanza capitale!
2. Parliamo di look. Ne hai mai avuti di bizzarri, osceni o quantomeno imbarazzanti? Tutti abbiamo avuto tagli di capelli o scelte stilistiche, almeno in fase adolescenziale, di cui vergognarci profondamente. Abbi coraggio e svelaci i tuoi!
Io e la moda siamo sempre stati due mondi paralleli. Non ho mai abbinato niente, più che altro avevo dei periodi alla Picasso. Lui ha avuto il periodo blu e rosa, io quello arancione e verde (che naturalmente insieme stanno bene come il caramello e l'acciuga). Inoltre, a causa della mia ansia sociale, il vestiario era più che altro una tuta mimetica che mi faceva confondere tra la folla. In ogni caso, ho avuto anche io le mie stravaganze, perché sono sempre stata un'eccentrica. Terrorizzata, ma pur sempre eccentrica. Tra i miei must delle medie, per esempio, c'erano questi pantaloni in Lycra blu elettrico con grossi quadratoni bianchi e azzurri che sembravano essere usciti da un incubo degli anni '70 e di cui andavo (e mi spiace dirlo, ma vado tuttora) fierissima. L'idillio è finito quando mia madre, esasperata nel vedermi andare in giro così, ha imposto il suo veto stilistico e ha archiviato per sempre i pantaloni. Lacrimuccia e minuto di silenzio per quei pezzi d'arte incompresa.
3. Hai mai fatto sport? Oppure suonato qualche strumento musicale? Se sì, a che livello? Raccontaci le tue esperienze, oppure, se non l'hai mai fatto, quale sport avresti voluto praticare/strumento musicale suonare?
Glisserò dignitosamente sulla domanda sportiva perché sono una persona combina la pigrizia ad una totale incapacità sportiva (e non faccio la modesta, da piccola non riuscivo neanche ad arrampicarmi sugli alberi da sola). Vi basti sapere che ho arrancato un anno di ginnastica ritmica, in cui non ho imparato neanche a fare la ruota, e che ho fallito nell'impresa di imparare a nuotare con fluidità. Con la musica invece me la sono cavata decisamente meglio. Avevo fatto dei corsi di ritmica da bimba in cui ho sviluppato un feticismo per il tamburello, ho avuto l'occasione di sentire tutto il peso dell'arpa, in una sola, indimenticabile, lezione, ed infine la svolta alle medie, quando ho preso tra le mani la mia prima chitarra. Lei è stata la mia unica amica nei tre anni più infelici della mia vita e mi ci sono dedicata con dedizione e passione. Suonare mi faceva sentire viva, risvegliava ogni cellula del mio corpo e mi faceva sentire importante, piena, amata. Ho suonato in orchestra, in duetto e mi hanno anche proposto qualche assolo, che ho rifiutato per modestia (leggi: FIFA COSMICA!). Per un po' avevo anche pensato di continuare il conservatorio ma alla fine la logica economica ha prevalso e il mio destino si è rivolto verso altre sonorità, quelle delle lingue straniere.
4. Sì sa, i social e gli smartphone hanno devastato il cervello un po' di tutti. Quale social o app ti ha creato maggiore dipendenza? 
Devo ammetterlo, sono una persona impermeabile ai social: facebook mi annoia tremendamente, non ho twitter e per Snapchat sono decisamente (e fortunatamente) fuori età. La mia unica vera passione è lei: Lady Instagram, signora dell'immagine, paladina dei fotografi in erba, fornitrice di sogni in formato polaroid.
5. Quale personaggio, ahimè passato ormai a miglior vita, ti sarebbe piaciuto incontrare? Perché? 
Datemi della banalotta, ma io vorrei fare due chiacchiere con Louisa May Alcott, l'autrice di Piccole Donne. Una figura così anticonformista, femminista e che ha saputo sfornare uno dei personaggi più iconici ed ispiratori della storia della letteratura (sì, sei tu, mia adorata Jo March), avrebbe molto da dire. E anche se non avesse niente da dire, vorrei comunque ringraziarla per avermi regalato uno scopo di vita, un'identità ed un sogno quando ancora non sapevo quanto tutto questo fosse importante.
6. Se soffrissi di personalità multipla, che caratteristiche potrebbero avere i tuoi alter ego?
Questa è la mia domanda preferita!!! In quanto ansiosa sociale, sono già abbastanza ingombrata di inquilini mentali. Però, supponendo una personalità multipla, direi che in me convivrebbero una signorina Rottermeyer, una bambina di 8 anni in fissa con i colori, un hobbit e un cane.
7. Una persona famosa - in qualsiasi campo - che stimi molto. Parlaci di lui/lei e del perché la/lo ammiri.
Io ho un'unica, grande cotta intellettuale: Daniel Pennac. Ha scritto quella che considero la saga più ispirata della contemporaneità ed ha saputo insegnarmi un bel po' di cosette in fatto di stile letterario. Pennac è un traduttore di emozioni non convenzionale e, da quel poco che ho visto, anche una persona molto carina. Come si fa a non amare le persone carine E geniali?
8. Una cosa del tutto superflua che compreresti se avessi soldi da buttare dalla finestra.
Ma è ovvio! Una vagonata di abiti medievali! Pratici quanto girare con una tenda da circo in un negozio di vasi Ming e discreti come mettersi un dito nel naso su un palcoscenico, ma sono talmente belli!!!!
9. Hai la possibilità di avere una casa in qualunque posto tu voglia. Dove vai ad abitare e con chi?
foto di Alexandraco_illustration
Se potessi scegliere, vorrei una casa in montagna, a ridosso di un lago e con un bosco frusciante a circondarmi. Il luogo perfetto insomma. E sul chi, beh, con i miei gatti, naturalmente, e con lo spirito dei miei cani, che non concimano più questa terra con i loro adorabili culetti ma mi fanno ancora le feste nella mente.

10. Un alimento o bevanda del quale non potresti mai, per nessun motivo, fare a meno.

Mai dire mai, che non serve lo sai, diceva il piccione di Fievel. Che è un modo di dire che si può rinunciare a quasi tutto...diciamo che io amo mangiare, quindi tutto fa brodo, ma se dovessi scegliere un preferito, direi sicuramente il grana grattugiato a dosi più che generose sulla pasta. Immaginate un manto stradale sul mio piatto e vi farete un'idea!
11. Cos'è che ti fa ridere fino alle lacrime?
Lo humor nero di mia sorella. Vi assicuro che ha un dono che non ha ancora compreso del tutto!  

Ecco. Queste erano le risposte alle mie undici domande. Ed ecco i miei nominati, che anche quest'anno non sono 11 ma solo perché molti dei blog che seguo sono in inglese o non aggiornano da un po' il blog. Quindi, here we go: 

Antonella di Mybooksgarden : appena passata a wordpress, Antonella è la mia guru in fatto di letture. Non mi sono mai pentita di leggere un libro consigliato da lei! E le sue rubriche di chiacchiere sono a dir poco eccezionali!
Viola di Quasi adatta : ironica e tremendamente divertente. Un esempio? "Sto all'ultimo oreo come Zeno sta all'ultima sigaretta" 
Cristina, di Blog letterario semiserio: il suo stile fresco e vivace è ideale per queste giornate calde
Adele, di The Book Lawyer: spumeggiante come una bottiglia di champagne e con opinioni librose sempre fuori dal coro. 
Giusy, di  A girl of Winterfell: il suo blog si concede di spaziare un po' ovunque. Io adoro la sua rubrica sulle serie tv! 
Jennifer, di BTS of my Soul : adoro il suo blog, e spero che questa nomina possa stimolarla a riprendere in mano quel piccolo pezzetto di mondo che mi piace così tanto visitare!

A voi fanciulle, le mie domande, tutte accomunate dall'incredibile profondità e serietà che mi rappresenta:
1. Hai una serie tv che ti ha cambiato la vita?
2. se potessi scegliere il lavoro dei tuoi sogni - vero o immaginario - quale sarebbe?
3. Hai una parola che, per sonorità, ti piace particolarmente? Se sì, quale?
4. Qual è la canzone in cui ti senti più identificata al momento?
5. Meglio alti con una baguette per piede o nano da giardino con un piede da Cenerella?
6. Hai qualche passione incompresa dagli altri?
7. Penna e calamaio o computer e tastiera?
8. Perché hai scelto questo nome per il tuo blog? E' stato immediato o ci hai dovuto pensare?
9. Chi sei stata nella tua vita precedente?
10. Sei una persona creativa o non ti avvicineresti neanche ad una matita?
11. Domanda molto personale, quindi se vuoi puoi non rispondere. Quanto è importante la pasta nella tua vita?

Finito. Ho scritto come sempre più di quanto avrei dovuto e meno di quanto avrei voluto, quindi direi che lo possiamo considerare un pareggio, no? Un'ultima cosa prima di lasciarvi. Mi rivolgo di nuovo a te, Julia: mi farebbe davvero tanto, tanto piacere se avessi voglia di rispondere anche tu alle mie domande in un commento qui sotto. Che vuoi, sono una personcina maledettamente curiosa! 
Ed ora, alla biga! Mi aspettano delle comunicazioni da consegnare! 
Duille



domenica 23 luglio 2017

Telefilm addicted #14 - Genius, l'uomo dietro lo scienziato

Quando si pensa ad Einstein, solitamente vengono in mente due cose: la famosissima quanto incomprensibile formula della teoria della relatività e la maglietta in cui il buon Albert fa le linguacce al mondo, come direbbe Pennac.
Quando io penso ad Einstein, sono tre le cose che mi vengono in mente: la teoria della relatività (che sarà sempre ben oltre le mie possibilità di comprensione), la maglietta in cui Einstein esibisce le sue papille gustative e la serie Genius, della National Geographic. In realtà, avrei potuto limitarmi alla serie, perché questa da sola racchiude tutte le immagini precedentemente menzionate. Esclusa la maglietta. Marketing a parte, Genius è una serie che di geniale non ha solo protagonisti e nome: si tratta infatti di una serie antologica perfettamente costruita, in cui, stagione per stagione, si approfondisce la vita di un grande genio della storia e che ha esordito quest'anno con una corposa biografia sul genio della fisica di origini tedesche. Genius è una serie che fa dell'equilibrio e dell'onestà i suoi punto di forza: equilibrio tra la descrizione del personaggio Einstein e l'individuo Albert ed equilibrio tra la presentazione dei suoi punti di forza (l'intraprendenza, la curiosità quasi infantile, il  pacifismo granitico) ed i suoi punti deboli (l'egocentrismo, l'irremovibilità e la scarsa empatia nei confronti delle persone a lui vicine). E' proprio questo equilibrio che rende Genius una serie estremamente godibile, emotiva, coinvolgente e perfetta anche per i non addetti ai lavori, come la sottoscritta, che potranno godere delle dinamiche esistenziali del giovane (e vecchio) Albert e, nonostante tutto, entusiasmarsi delle intuizioni del grande fisico, furbamente costruite sotto forma di immagini mentali che invadono lo spazio creando scenari surrealisti ed evocativi. La serie è quindi costruita allo scopo di calzare come un guanto a tutti gli spettatori, in modo da essere il più divulgativa possibile e da strizzare l'occhio anche allo spettatore meno preparato. Genius, con un'imbastitura sapientemente costruita, saprà raccontarci la vita di Einstein in modo onesto, senza pregiudizi, idealizzazioni od opportuni mascheramenti volti a tutelarne l'immagine iconica. Ci verrà presentato l'uomo dietro lo scienziato e lo scienziato davanti all'uomo, lo ying e lo yang, il grande studioso della natura e l'individuo genuinamente confuso dagli altri esseri umani, il padre a dir poco distratto e il combattente irremovibile, il marito mancante e donnaiolo e l'amante aperto e privo di pregiudizi.
Ciò che emerge dalla narrazione come un fil rouge che spiega pregi e difetti di Einstein, è la sua profonda passione, che ne motiva tutti i movimenti, tanto nella vita quanto nella scienza. Einstein ama follemente tutto quello che avvicina, è affascinato dalle menti brillanti come dal movimento di un orologio, anche se non sempre riesce a comprendere tutto ciò di cui si innamora. Grazie ad una sceneggiatura perfettamente bilanciata e ad una regia studiata al millimetro, ci ritroveremo di fronte ad una narrazione pulita, lineare e chiara, che intreccerà sapientemente le più grandi scoperte di Einstein - quella teoria della relatività che inseguirà per tutta la vita e che sarà il suo unico vero amore - alla quotidianità, spesso motore delle sue più importanti intuizioni e delle sue più colossali disfatte. Da questo percorso, emergerà l'uomo Einstein, la sua personalità forte e risoluta, la sua autostima a volte ostacolante, la sua profonda passione per la vita, la sua smania di lasciare qualcosa di sé al mondo che è stato il suo successo e la sua rovina. Il tutto condito dalle musiche di Hans Zimmer e da un cast di attori di una bravura ineccepibile.  Alla fine, lasciare Einstein sarà difficile e doloroso, perché sarà come lasciare un vecchio amico di cui avete imparato a conoscere tutte le sfumature, profondamente umano, profondamente vulnerabile ed assolutamente indimenticabile.

Duille


lunedì 10 luglio 2017

La fine e l'inizio

La fine e l'inizio. Due parole che vengono sempre insieme e che definiscono una linea di confine netta, drastica, tra ciò che è improvvisamente diventato un "fu" e ciò che è gravido di un misterioso "sarà". E nel mezzo, nessun presente.
Solo il movimento di una pagina che si volta, e noi sull'orlo sottilissimo di quella carta, tentando di tenerci in equilibrio almeno il tempo necessario. Col fiato sospeso, come tutto il nostro essere, come il nostro destino. La fine spezza un presente finora esteso come la superficie dell'oceano, scoprendone i bordi scivolosi da cui siamo costretti a cadere, e inspiegabilmente condensa l'adesso in una manciata di parole già passate su un diario da riaprire tra qualche tempo, a data da destinarsi, magari in un momento di nostalgia per la gioventù che fu. Inspiegabilmente, la fine ci lancia nel passato. Senza che neanche ce ne fossimo accorti. In un battito di ciglia, siamo già nel ricordo. La fine ci riassume simbolicamente in un maglione vecchio improvvisamente infeltritosi e lasciato in un cassetto. Un'identità archiviata troppo presto e di cui resta lo strappo sulla pelle e una ruga in più sulla coda dell'occhio. Soprattutto, la fine trasforma il futuro di cui eravamo certi in un condizionale malinconico, dal sapore portoghese, che ci scruta dallo specchio in un riflesso sfocato del se fosse, del se fossi. L'inizio, invece, è l'incognita, è il buio di un sipario ancora calato, è il suono denso di attesa degli strumenti che si accordano, è il non ancora nato. E' l'inizio del resto della vita, ad un solo respiro di distanza. L'inizio fa paura perché non promette garanzie. Sarà un buon inizio? O un groviglio di cavi in cui ci perderemo, immobilizzandoci , stavolta, in un presente senza futuro? Resteremo inchiodati sul capolettera di quella nuova pagina fino alla prossima, inevitabile fine? O troveremo una nuova identità che ci completerà ed in cui intrecciare le antiche radici? L'inizio parte, si lancia, apre, impone una ricostruzione da capo, una levigatura per entrare nei nuovi confini, un battito accordato alla nuova melodia e lo sguardo riposizionato alla giusta altezza. La fine conclude, estingue, archivia, saluta una parte di vita e una parte di sé, spinge ad una rincorsa all'indietro, tentando di afferrare quell'ultimo alito di fumo, indugiando sulla porta, ancora un istante, solo per dare un ultimo sguardo a ciò che pensavamo ci sarebbe appartenuto per sempre e che ora già si annacqua come un bel paesaggio visto da una finestra piovosa.  La fine ci svuota e l'inizio ci riempie, anche se non so bene di cosa. La fine ci abbandona e l'inizio ci accoglie, anche se non so bene come. La fine è lo ieri e l'inizio il domani. In fondo, l'inizio ha sempre una fine e ogni fine ha un inizio. La fine, in realtà, sfuma nell'inizio, come la spiaggia sfuma nel mare. La fine, quindi, è l'inizio.

Duille






domenica 2 luglio 2017

Capitolo 20: I Fratelli Karamazov

Affrontare un classico della letteratura non è mai un'impresa facile, perché ti espone alla domande che notoriamente funge da spartiacque tra la categoria degli intenditori e quella dei lettori da ombrelloni: Mi piacerà?
Una domanda che si gonfia come Violetta dopo aver mangiato il chewing-gum sperimentale nella fabbrica di Willy Wonka, quando si parla di CLASSICI RUSSI. I veri mostri sacri della letteratura, famosi per essere lunghi come le attese sulla Salerno-Reggio Calabria, ostici come cercare di aprire una cozza cruda con le dita e dallo spropositato numero di personaggi dai nomi impronunciabili, capaci di far impallidire anche i Malavoglia vergani. Per questo motivo me ne sono sempre tenuta religiosamente alla larga. Ho coltivato una immacolata, verginale ignoranza, una sorta di timore reverenziale davanti a questi tomi alti come giganteschi mattoncini Lego. Poi, di colpo, la decisione. Dopo aver letto la recensione della fantavolosa Antonella (link al suo blog QUI), e aver bevuto un Crodino di incoraggiamento, mi sono avvicinata al grande tra i grandi, colui di cui, per scrivere il nome, ho dovuto leggere il riferimento sul volume almeno due volte: Fedor Dostojevskij. Non solo. In un atto di totale follia e sprezzo del pericolo, ho scelto uno dei suoi romanzi più corposi: I Fratelli Karamazov. Che volete, sono una che non ha paura del brivido. Ora, è inutile che mi metta ad analizzare seriamente questo libro, perché, primo,  lo ripeto, la mia ignoranza in materia è vasta come una galassia siderale e, secondo, perché è un classico dei classici. Sarebbe come tentare di recensire Shakespeare. Io non ci riuscirei. E comunque, per una ottima analisi del romanzo, vi rimando a colei da cui tutto è iniziato (galeotto fu il blog e chi lo scrisse). Penso quindi sia più sensato raccontare, per i posteri, il mio battesimo del fuoco con la narrativa russa, che ha impegnato due mesi della mia vita e una sacchetta dedicata, causa rischio di sfondamento della borsa d'ordinanza. Ritornata a casa dopo aver ritirato la mia copia in biblioteca, mi sono concessa un momento di analisi squisitamente scientifica, ho cioè studiato il volume come avrebbe fatto Arale con la cacca rosa.
Davanti a me avevo l'imponenza di 912 pagine, tutte scritte in un carattere così piccolo che avrebbe potuto mettere a suo agio solo un batterio, e stampate su quella che chiaramente era l'anello di congiunzione tra la velina e la carta. Per maneggiare questo libro ci è voluta la delicatezza del chirurgo che ricuce una vena, soprattutto dato che si trattava pure di un libro del 1968, quindi con parecchi anni di servizio alle spalle. Lo ammetto, qualche pagina girata con un filo di foga in più ha subito una piccola microlacerazione, sempre però accompagnata da un mio sussulto colpevole. La seconda cosa che ho deciso di fare, una volta aperto il volume, è stato documentarmi. Traduzione, mi sono sciroppata l'introduzione di 32 pagine, anche lei scritta in Arial -12, che ripercorreva vita, opere e miracoli del buon Fedor. Così ho scoperto che, come tanti autori, anche Dostojevskij, è stato un uomo baciato dalla sfiga cosmica ma profondamente buono (il che dimostra che, se Dio esiste, ha uno strano senso dell'umorismo) e che ha incentrato tutta la sua carriera letteraria su questioni teologico-spirituali. Ottimo. Altro argomento di cui sono digiuna. Quanto possiamo ampliare ancora l'abisso della mia ignoranza? In effetti ne I Fratelli Karamazov è dato ampio, ampissimo, oceanico spazio a riflessioni di questo genere, nelle sue più variegate angolazioni, declinazioni, posizioni, incarnazioni ed ogni altra -zioni che possa venire in mente. Nello scorrere le infinite pagine di questo romanzo/manifesto teologico-spirituale di Dostojevskij, l'autore mi ha insegnato due cose:
1- la PAZIENZA: la trama principale (il rapporto conflittuale tra i fratelli Karamazov e il padre e la morte di questi ultimi per omicidio) è spesso diluita come un caffè americano in lunghi dialoghi, monologhi, pensieri e allucinazioni sul senso della Cristianità. Per centinaia e centinaia di pagine. E qui si arriva al secondo insegnamento:
2- la mia totale IMPERMEABILITA' AI TEMI SPIRITUALI. Una scoperta che avevo già intuito leggendo i Promessi Sposi (ricordo ancora la mia indignazione alla Sgarbi davanti alla conversione dell'Innominato) e confermata in questa nuova messa alla prova. Lo ammetto: sono temi che mi rendono insofferente come un gatto in automobile, non ne colgo il senso né l'utilità. Il concetto di Bene e Male, poi, è per me troppo semplicistico, complice forse anche una irreversibile deformazione professionale che mi porta ad avere una visione prettamente psicologica sulla realtà, anche fittizia.
Ciò nonostante, il buon Dostojevskij ha saputo rendersi onore anche ai miei occhi profani: la psicologia dei personaggi è impeccabile, la loro funzione simbolica è evidente ma non superficiale, i dialoghi delle comparse sono eccezionali e la tensione emotiva che impregna il libro è tangibile ed elettrica. Ma più di tutto, la grandezza di Dostojevskij è esaltata dallo stile narrativo: un narratore che sembra inizialmente onniscente, quasi alla Jane Austen, ma che poi abbandona la sua visione dall'alto per seguire, come una cinepresa, il percorso ora dell'uno, ora dell'altro fratello, dandoci una visione quasi cinematografica che mi ricorda i capolavori del lungometraggio come Birdman. Una narrazione che non smette di sorprendere neanche sul finale, quando si incarna nel testimone anonimo tra la folla.
In definitiva però, sto evitando la domanda tanto temuta di cui parlavo all'inizio: mi è piaciuto? Mi prenderò la responsabilità di tutte quelle anime che segretamente la pensano come me e vi dirò la verità: non mi ha elettrizzato, per i motivi di cui ho accennato prima. Questo non toglie che, per quanto i gusti siano personali e da rispettare in quanto tali, un buon lettore saprà riconoscere in questo autore una enorme padronanza del mezzo, uno stile originale ed avanguardistico e un profondo studio della psicologia umana. Ed io credo di essermi guadagnata il titolo di buona lettrice, anche se aspetterò un po' prima di fare altre due chiacchiere con lo zio Fedor.    
Duille

"Il suo viso esprimeva una estrema arroganza e, al tempo stesso, cosa strana, una evidente codardia. Egli somigliava ad un uomo che si fosse assoggettao e avesse sofferto a lungo, e fosse ora balzato in piedi ad un tratto col desiderio di farsi valere. O, meglio ancora, a un uomo che vorrebbe picchiarvi, ma, al tempo stesso, ha una terribile paura di essere picchiato da voi". (p.264)


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