lunedì 11 dicembre 2017

Natale con il micio

Come dice la canzone, il periodo Natalizio è il più meraviglioso momento dell'anno. La città si decora a festa, i negozi si inselvatichiscono di splendide decorazioni d'abete e nastri di raso rosso e sugli scaffali delle vetrine pacchetti perfettamente incartati fanno l'occhiolino carichi di promesse. Tutto è pronto per l'attesa. Il culmine di questo momento è quando lo spirito natalizio entra come uno spiffero sotto la porta delle nostre case e si materializza nell'albero di Natale. Una cascata di palline variopinte dondolano frizzanti sui rami verdeggianti, brillando alle luci delle lampade come diamanti.
Dalle scatole emergono code di stelle fatte di ghirlande splendenti e minuscole lucine elettriche si camuffano tra i rami boscosi, dando l'impressione che il nostro abete sia abitato da decine di fate o lucciole invernali attirate dai frutti colorati che crescono sui rami. Questo è il Natale: un momento magico, di gioia ed armonia. O almeno, così dicono. Perché esiste una parola che, da sola, scombina ogni equilibrio karmico, che fa morire in gola il più carnoso OH OH OH di Babbo Natale e che spazza via ogni sorriso da infante davanti al sonaglino. Quella parola è GATTO. Ebbene sì, il gatto è una creatura che ha una particolare predilezione, oserei dire un'ossessione, per l'albero di Natale e tutto ciò che vi cresce sopra, un po' come le gazze ladre, o il buon Geremia con la sua passione irrefrenabile per i "luccichini". Va da sé che, di fronte alla indiscutibile determinazione del gatto (e all'inequivocabile vantaggio di avere tonnellate di tempo libero), tutto il periodo natalizio si trasforma in una guerra di posizione logorante da cui, generalmente, usciremo pressoché sconfitti. E tutto questo inizia con il fatidico, dolceamaro, momento dell'addobbo. Immaginiamo la scena: gli scatoloni che hanno fatto la muffa in soffitta per un intero anno atterrano nel vecchio salone come una coppia di gemelli consegnati dalla cicogna e già il gatto ci si fionda incuriosito, pronto ad ispezionare quella che ha deciso essere la sua nuova dimora per le prossime settimane. E' il primo segno del risveglio della Creatura dentro di lui. E' come se, aprendo quegli scatoloni, avessimo inscenato una versione natalizia della lettura del Necronomicon de La casa, spalancando di fatto le porte dell'inferno e liberando il demone felino che alberga nel nostro panciuto gattone. Ma noi non ci scoraggiamo da queste premesse inquietanti: armati della nostra migliore caparbietà e cosparsi di spirito natalizio fin nei calzini, ci prepariamo a montare l'albero, decisi che quest'anno le cose andranno diversamente e che nessun gatto, NESSUN GATTO, oserà disfare la nostra opera d'arte incompresa. Lotteremo con le unghie, i denti e le ciabatte, se sarà necessario, daremo fondo alla nostra artiglieria sonora di urla e schiamazzi, tutto pur di tenere alla larga quel piccolo demonietto peloso dal nostro monumento al Natale. Con la determinazione in una mano e un festone nell'altra, guardiamo nelle palle degli occhi il nostro gatto che, di rimando, ci restituisce lo sguardo determinato del predatore. Ed in quel momento i cori angelici scemano, Michael Bublè batte strategicamente in ritirata ed improvvisamente riecheggia una nota canzone del  film Ragazze nel pallone, il cui incipit è decisamente evocativo: 

"PREPARATEVI ALLA DOMINAZIONE TOTALE". 
La guerra è ufficialmente iniziata. 

Ci avviciniamo guardinghi all'albero con il nostro festone già trionfante di ferite di guerra, ma ecco il primo attacco. Il gatto lancia un fendente contro la coda della ghirlanda svolazzante, tranciando di netto una manciata di preziosi peletti dorati. Rapido scatto del nostro braccio che salva i superstiti da un destino di calvizie. Mettiamo la prima catena di campanelle ed una nuova zampata tenta l'arpionaggio, le unghie sguainate come piccole lame ninja perfettamente affilate. Nuovo colpo di reni che quasi ci fa partire un'anca ed evitiamo l'abbordaggio. Punto per noi. Tiriamo fuori le palline dallo scatolone e veniamo quasi sfregiati dall'impeto omicida del micio. La lotta è senza quartiere e senza esclusione di colpi. Volano i primi strilli e iniziano le prime fughe. L'angioletto di ceramica che faticosamente abbiamo conservato per anni, raggiunge il ramo più alto della punta dell'albero per puro miracolo, evitando di striscio l'entusiastica accoglienza del felino.
E, tra una schivata e uno zompo, tra un urlo e una battuta in ritirata, tra un inseguimento ed un nascondiglio tattico del micio, l'albero si monta, in sette camicie e svariate cadute non programmate di santi dal calendario. L'abete natalizio è compiuto. Ma, attenzione, la guerra non è vinta. Questa è stata solo la prima battaglia. Da adesso, inizia il piantonamento ad oltranza. Perchè il gatto è paziente e sicuro della vittoria, sa che arriveranno altri momenti in cui pescare le ghiottonerie che tanto ama. "Pazienza" si dice, "sulla striscia luccicante ci torneremo dopo. Tanto dovrai pure andare a dormire, vero?". E noi, di fronte a questo apparente, quanto improvviso disinteresse verso quello che poco prima era l'oggetto di tutti i desideri, pensiamo (speriamo, PREGHIAMO) che lui non abbia più voglia di tormentare l'albero, che quell'ammasso di luccichini, palline e stelle filanti  abbia esaurito la sua funzione di giocattolo nuovo e che quindi finisca ad accumularsi insieme alla montagna di pupazzetti, topolini e gomitoli di lana che, negli anni, hanno svuotato il nostro portafogli, attirando l'attenzione del micio per non più di 5 minuti. Invochiamo, a sostegno della nostra argomentazione, un'innegabile invecchiamento del gatto, una stanchezza data dalla vita sedentaria, un incicciottimento dei lombi dato dall'eccesso di croccantini, addirittura speriamo nella misericordia felina, nel legame decennale che ci lega. "In fondo", pensiamo "siamo parenti. Sarai misericordioso micio, vero?" Lui ci risponde guardandoci con l'espressione della Sfinge. Noi l'interpretiamo come la firma del trattato di pace e ci rassereniamo. Ma, come detto prima, il gatto è paziente, infido e serpentino, proprio come i parenti, e sa quando attaccare. Infatti, quando cala la notte, il Grinch si risveglia. Dapprima il silenzio del riposo viene interrotto da un sinistro sfarfallio di campanelle ovattate dai rami dell'abete. Poi, il sonno viene squarciato dal rumore ripetuto e sempre più ravvicinato della pallina che cade e rimbalza impietosa sul pavimento di linoleum, ancora, ancora e ancora, un urlo di agonia e di terrore seguito dai suoni felpati di quattro zampette a caccia. Il sonno si dissolve all'istante, lo scatto fuori dalle coperte è immediato, la corsa al salvataggio subitanea, la fuga del delinquente preso con le zampe nella marmellata, veloce e precisa. Siamo consapevoli che non lo acciufferemo, gonfi di sonno, scalzi e resi miopi dal nero di seppia notturno che ci circonda i nostri occhi, ma almeno salveremo la pallina in ostaggio.
Ma, nonostante le ripetute escursioni notturne sempre più snervanti e i vari interventi per placcare il piccolo Diabolik che si nasconde nelle tenebre, il mattino dopo troveremo la scena del delitto imbrattata di sangue dorato. I festoni impietosamente attaccati, dilaniati da fauci attente, quasi chirurgiche, pagliuzze dorate che innevano tragicamente il pavimento alla base dell'albero e Lui, il gatto, che dorme placidamente sul divano. La sua beatitudine da un lato, e il nostro trauma dall'altro, con l'occhio dilatato e la bocca spalancata dalla tragedia a ricordarci che siamo solo comuni mortali in lotta contro la Natura più primordiale che nessun chilo di troppo e nessun croccantino strategico potranno mai assopire definitivamente. Una lezione Leopardiana che impariamo ogni anno, a spese di decine di commilitoni spirati ingiustamente. Il lutto, il tentativo di salvare quel poco che resta del festone, la raccolta dei caduti è il passo successivo. Un cimitero di palline, solitamente, affianca e completa questo atto di vandalismo estremo, lasciandoci inerti, frustrati e vagamente incazzati. Ma sarà l'ultima volta che quel gatto toccherà il nostro albero, questo è poco ma sicuro. Fantastichiamo di mettere gabbie intorno all'abete, di elettrificare il perimetro, di prendere un cane pastore a difesa del nostro gregge natalizio. Ma sono tutte speranze vane. Nessuna strategia si rivelerà vincente. Via via che passano i giorni, gli attacchi del terrorista a quattro zampe diverranno più eclatanti, più sfacciati, e le corse più sfrenate, gli inseguimenti più al cardiopalma, i tentativi di agguantarlo più disperati e spericolati, mentre lui, fin troppo intelligente, si nasconderà provocatoriamente nell'unico angolino dell'albero in cui le nostre maledette membra improvvisamente diventate giganti non arrivano, o peggio, s'intarmerà direttamente all'interno dell'albero come un Alien, possedendolo e facendolo sussultare di tremarelle da recita scolastica. Neanche un approccio freddo e calcolatore da giocatore di scacchi riuscirà a prenderlo alla sprovvista: anche se si sacrificheranno delle pedine, lui le ignorerà nel momento esatto in cui toccheranno il pavimento. Lui vuole tutto. Vuole la distruzione totale. Vuole tirare giù ogni dannata pallina che ha avuto la malaugurata idea di sostare sull'abete e vuole divorare ogni spruzzetto di festone che si troverà davanti. A costo di causarsi un blocco intestinale. Evidentemente, è una questione di principio. Alla fine di questo calvario, metà delle palline saranno sparite, rotte o, se lanose, completamente smontate dagli abbracci troppo vigorosi del nostro peloso amico, i festoni torneranno nelle scatole sempre più spelacchiati e il gatto assumerà nuovamente le fattezze del piccolo, pacifico Buddha che è sempre stato. Il Necronomicon è stato chiuso, lasciandosi una scia di cadaveri perfettamente rotondi che continueremo a trovare sotto i divani fino ad agosto. E, mentre porteremo in soffitta le ultime scatole, sentiremo un colpevole, aleggiante alone di sollievo.

Duille


lunedì 4 dicembre 2017

Ode al piumone

Il piumone è un oggetto-non oggetto. E' più un concetto che ha preso corpo. Una sostanza, una sicurezza che puoi toccare, accarezzare, che non è appuntita, ma morbida e scivolosa come un rivolo d'acqua.
Non ha spigolosità, non è imprevedibile, non cambia la sua natura e non aspira ad essere altro più che se stessa. A volte si tinge di colori antichi, che ricordano biscotti cotti in una cucina di campagna, con il ronzio delle api appena fuori dalla finestra, in mezzo alle code di topo e ai denti di leone. Il piumone è un oggetto non oggetto, quindi, è un concetto ed è anche un luogo. E' la coltre sotto cui riposare le gambe stanche dalle lunghe camminate, il cuore affaticato dalle troppe accelerazioni e la mente strizzata in perfetti nodi da marinaio. In esso, il tempo rallenta e quasi si ferma e le ore non sono più scandite dal meccanico suono metallico di ingranaggi di lancetta, ma galleggiano, pigre come semi di soffione trascinati dal vento. In questo luogo fisico e metafisico, le possiamo guardare, mentre indugiano sotto gli occhi e poi se ne vanno, senza sentire quella tachicardia ansiosa della corsa a cui ci costringiamo e ci costringono ogni giorno. Il piumone è una tana che ci rende pelosi conigli raggomitolati nel riposo notturno. E' la casa che si richiude protettiva su di noi, come un salice che vuole nascondere i suoi segreti più preziosi. E' un rifugio su cui le bombe non cadranno mai, un ombrello su cui la pioggia del "dovrei" scivolerà, lasciandoci intatti, rendendoci per un po' infiniti. Il piumone è perciò un oggetto non oggetto, è un concetto di lana, è un luogo che salva ed è una certezza, la certezza di chi promette solo ciò che può mantenere e che mantiene sempre. Promette di restituire il calore smarrito nel turbinio della giornata e mantiene la promessa scaldando il corpo dal freddo invernale, avvolgendo come un abbraccio materno, sciogliendo i nodi del cuore come un pettine di legno di betulla e aprendo i pugni che ci avevano reso le nocche bianche di paura. Non trattenere, sussurra, abbandonati, accarezzerò io i tuoi capelli e terrò la tua mano finché chiuderai gli occhi, conterrò il tuo corpo così che tu non perda te stessa mentre sei scossa dai tremiti. Ti regalerò lo sguardo infinito di una notte estiva. E alla fine, ti farò scivolare nell'eterno di un sogno, leggera come una medusa, senza ossa che scricchiolano, muscoli che tirano, nervi che si accartocciano come foglie secche. Te lo prometto. Il piumone è questo: una promessa mantenuta sempre, un luogo che ripara, è un concetto con una forma, un oggetto che in molti sottovalutano.
E' una sinestesia. E' il tepore del fuoco in un caminetto che prende corpo intorno al corpo, l'aroma del pane appena sfornato avvolto intorno alle tempie, come una benda calda che fa riposare gli occhi e solleva le sopracciglia aggrottate. E' il suono delle onde che dondolano su una spiaggia deserta. Nel piumone troveremo il silenzio della notte, l'estinzione dell'urlo, ovunque sia. Nel piumone libereremo le paure, come piccole bolle perfettamente rotonde, che lui spazzerà fuori dalla porta, con movimenti lenti, ritmici, quasi una canzone che ci cullerà, mentre ci alleggeriamo come un palloncino, almeno per qualche ora. Una ninna nanna di erica e saggina, che profuma lievemente di campo. Avvolgersi nel piumone è come guardare intensamente la fiamma di una candela o osservare attentamente il lento movimento del respiro di un gatto che dorme sulla poltrona di casa e che non hai il cuore di svegliare. E' una sospensione, dal tempo, dai sassi di piombo quotidiani, da noi stessi. Permette di togliere il vestito dell'identità razionale che ci plasma scavandoci e restare solo essenza, come un profumo liberato dalla boccetta, che diventa pulviscolo, espandendosi in tutte le direzioni e visibile solo controluce. Il piumone è quindi, definitivamente, un oggetto e un concetto, un luogo, una promessa, una sinestesia, una tregua in cui smettere di trattenere il respiro. Il piumone è il guscio di una conchiglia in cui sentire il mare anche in mezzo ai tuoni.
Duille
hipster coperta

lunedì 27 novembre 2017

Blogger Recognition Award

Ci sono momenti in cui mi convinco di aver finalmente capito come funzionano le cose sulla blogosfera, come ci si muove nel flusso digitale (per la cronaca: come un'otaria e credo di essere finalmente erudita come Diderot e navigata come il capitano Nemo nel suo sottomarino. Ecco, vi do un consiglio: quando vi viene in mente questo pensiero, fumante nella sua tazza di ceramica dipinta e magari accompagnata da uno spruzzo di orgoglio, beh, abbattetelo come una poiana di plastica urlando "PUUUULL!", schiacciatelo a colpi di tacchi come farebbe un irish dancer con il pavimento del palcoscenico su cui si sta esibendo, frantumatelo come farebbe un tritadocumenti con un foglio di carta compromettente. La verità è infatti molto meno gloriosa di quanto si possa pensare e lascerò che sia Ygritte del Trono di Spade a dircela: tu non sai niente Duille Snow.
Ed infatti, anche stavolta sono stta sorpresa con le mani nella marmellata della mia ignoranza quando la splendida Piera di Al paradiso dei libri mi ha nominata per il Blogger Recognition Award. La mia reazione è stata duplice, cosa che ha provocato un'espressione facciale da ictus: alla sinistra del mio volto, dal peso di 180 grammi di gioia, la Commossa Sorpresa Colma di Amore; alla destra, dalla modica levatura dei suoi 170 grammi, la Domanda, il Punto Interrogativo Supremo, che avrebbe fatto sfigurare anche il Bat Segnale. Cosa diavolo è il Blogger Recognition Award? Fortunatamente Piera è nuovamente venuta in mio aiuto, spiegando a me e ai suoi followers che il Blogger Recognition Award (da adesso ribattezzato BRA, reggiseno, per un tocco di intimo che non guasta mai), è una specie di Liebster Award, ma esteso anche a blog con più di 200 followers. Inutile dirvi che se mai arriverò ad avere 200 followers, mi improvviserò in una fedele riproduzione del ballo della bistecca di Turk e J.D.

Ma ora bando alle ciance e passiamo al succo della questione: che ci mettiamo dentro questo reggiseno imbottito d'amore?
Prima di tutto la GRATITUDINE: la prima regola è infatti quella di ringraziare la blogger che così stupendamente ha perso tempo e diottrie per leggere i miei papiri e, anche dopo averlo fatto, decidere di nominarmi invece che dare fuoco al computer. Carissima Piera, GRAZIE per aver dato fiducia alle mie parole, al mio stile a volte fin troppo scanzonato e alla mia storia, comprese le parti più sofferte del mio racconto, quelle dell'ansia pachidermica e del Serraglio. E dato che entrambe siamo blog piccoli come semi, ti auguro di crescere fino a diventare una Sequoia secolare! Per iniziare, diffondiamo un po' di amore a questa fanciulla, che se lo merita, dando un'occhiata al suo blog: http://alparadisodeilibri.blogspot.it/
Ma, si sa, il reggiseno ha 2 coppe, quindi DOPPIA GRATITUDINE: la seconda botta di zuccheri ve la beccate voi, miei cari Steli d'erba (tranne tu, stelo diabetico, per te ho una coccola libera dal glucosio): voi mi date sempre soddisfazioni incredibili, fate sempre dei commenti sensibili e intelligenti che mi fanno riflettere, oltre che scaldarmi il cuore. Siete coraggiosi, appassionati e pieni di amore, 27 splendide anime capaci di far suonare il vento quando passa a scompigliarvi le chiome. Quindi grazie per esserci, per beccarvi i miei sproloqui infiniti e decidere comunque di restare.

Terza regola del nostro BRA è quello di riempirlo di una STORIA, la storia del nostro blog, e qui, per evitare di scrivere un racconto breve di trenta pagine, cercherò di stringare. Come è nato Steli d'erba? Da un'aspirazione, da un'urgenza, da una voglia di sfidare le mie paure a colpi di inchiostro virtuale. Scrivere è sempre stata la mia passione più grande e, traviata da pessimi modelli infantili (vero Jo March?), ho iniziato presto a sognare di farlo nella vita, questo misterioso lavoro dell'imbrattapagine. Allo stesso tempo, volevo mostrarmi forse per la prima volta ad altri che non a me stessa, con la mia ironia a volte un po' nerd, il mio gusto estetico, i miei contenuti. Volevo essere autentica e coraggiosa, quando nella vita vera sono tuttora schermata e corazzata come una cozza che resiste anche alla cottura in padella. Così è nato Steli d'erba, ma qualcosa all'inizio stonava. Mi sono accorta che per essere davvero onesta con me stessa, per essere completamente vera, dovevo parlare anche di lei, di quell'inquilina abusiva che vive con me e mi fa stare male a giorni alterni, festività comprese (quello dell'ansia non è un lavoro, ma una vocazione!). Così mi sono ritrovata a parlare di ansia e il cerchio si è completato. E Steli d'erba è diventato ufficialmente la cassa armonica della mia chitarra.

A questo punto però il libretto di istruzioni sull'etichetta del mio BRA richiede che si diano consigli ai nuovi blogger (oltre a suggerire il lavaggio a 30°) e questo mi ha lasciata un po' perplessa perché non mi sento esattamente nella posizione di dare consigli. Vorrei ricordare che ho all'attivo quasi 4 anni di blog e solo 27 followers. Quindi passo i suggerimenti che hanno dato a me a suo tempo da persone effettivamente più navigate e che snocciolo qui sotto come un mantra di buon auspicio da ripetere prima di iniziare a scrivere:

1. Siate presenti sui blog che vi piacciono. Non siate timidi, lasciate un segno del vostro passaggio, anche solo per esprimere l'apprezzamento di un post che vi è piaciuto. Oltre ad alzare il livello dell'autostimometro del blogger di turno, è un modo carino e delicato per farsi conoscere e magari suscitare curiosità per il vostro blog. 
2. Affiancate ai testi delle immagini che li completino. Immaginate il post come un piatto di cotolette (o una bistecca di seitan): senza contorno di purè, è solo un pezzo di carne in un coccio di ceramica.
3. Preparatevi all'anonimato. Di blog è pieno il mondo e, come scrissi nel primissimo post della mia vita su blogger (quando non avevo ancora la logorrea), non è neanche più tanto di moda. Siamo nell'era dell'immagine, del video breve, non si ha tempo né voglia di perdere interi minuti (o, nel mio caso, ORE) a leggere su fogli di carta virtuali. Quindi, se aprite un blog, fatelo perché vi piace l'idea, non per la notorietà. Se cercate la fama, direi che state toppando in partenza. Youtube è da quella parte. 
4. (questa è farina del mio sacco) Scrivete di quello che volete, quando volete. Anche se ovunque si ricorda l'importanza capitale di scegliere un tema e restare fedele a quello, io personalmente lo trovo noioso e limitante, oltre a far venire parecchi mal di testa di fronte alla domanda "Vorrei scrivere altro, ma rischio di snaturare il blog se lo faccio?", che di solito, si traduce in una mesta rinuncia o nell'apertura simultanea di gemellini del proprio blog originale in cui riversare tutto quello che non può assolutamente entrare nel blog monotematico. Quindi, ditelo con me, AL DIAVOLO I LIMITI! Seguite gli insegnamenti di Buzz Lightyear e andate sempre "verso l'infinito e oltre"!

E dopo queste perle di saggezza casereccia, non posso che concludere con l'ultima voce della lista: nominare altri blog. A differenza del Liebster Award, il BRA non ha la fissazione sul numero 11, ma la spara ancora più grossa chiedendo 15 blog da nominare. Adesso, io neanche sognando riuscirei a trovare 15 blog, quindi, in pieno stile "me ne sbatto", proporrò la mia mini rosa di candidate. 

1- Antonella di My books' garden (mia fonte di ispirazione per ogni lettura degna di nota)
2- Julia di Tanto non importa (dove leggere una bella storia e farsi anche quattro risate)
3- Adele di The book Lawyer (una lettrice capace di solleticare la curiosità in poche righe)
4- Aria di Ariadne's diary (un'illustratrice, ma soprattutto un'artista in cui perdersi)
5- Cristina di Blog letterario semiserio (che fa del monologo interiore un'arte)
6- Viola di Quasi adatta (dall'umorismo pungente e dall'analisi letteraria coinvolgente)
7- Virginia di Virginia e il labirinto (la mia soul mate nerd)
8- Penny Lane di What we talk when we talk about books (dallo spirito analitico di una vera scrutratrice del mondo letterario e non solo)
9- Silvia May di Cinebooks blog (se la segui non potrai più dire di non essere al passo con le ultime uscite)

Ecco qui. Un dignitoso 9 che, si sa, essendo un multiplo di 3, è praticamente l'incarnazione della perfezione divina. Adesso indosserò i miei calzari da Granpasso e, mantello liso sulle spalle e pan di via nella bisaccia, ramigherò per i blog nominati al fine di trasmettere l'importante missiva. Che la forza sia con me. Ah, no, quella era un'altra storia! 
Duille




domenica 19 novembre 2017

Etnologia dell'esame di Stato

Sveglia alle 6.30 del mattino, dopo 7 ore di sonno tormentato come se avessi dormito su un letto di chiodi, colazione ingollata con la stessa grazia dello struzzo di Fantasia, macchinosa vestizione con il solo scopo di non uscire in pigiama, capello tormentato e sguardo opaco da bacio del Dissennatore: questa era la mia condizione nel momento in cui stavo per sostenere le prime due prove dell'esame di stato.
Un esame faticoso, ansiogeno, talmente vasto da poter essere paragonato ad uno studio dettagliato del Silmarillon tolkieniano o, peggio, dell'intera storia delle casate del Trono di Spade, un esame che prometteva spargimento di lacrime e pezzaggio di ascelle come se piovesse, oltre a farci ondeggiare tutti sull'orlo della proverbiale crisi di nervi. Sarebbe bastato uno sguardo fuori dalle orbite più ostentato, una bocca più inarcata verso il basso, un più accentuato movimento nervoso della mano, a farci crollare tutti come un castello di carte tenute insieme dallo sputo delle nostre esili aspirazioni. In quella stanza di proporzioni faraoniche in cui mi sono ritrovata, c'era tutta la nervosa fauna psicologica locale, o meglio, metà della nervosa fauna psicologica locale, dato che l'altra metà (wannabes psicologi dalla G alla Z) stava sudando le sue brave sette camicie nella stanza accanto, altrettanto gigantesca, altrettanto satura degli odori tipici della paura del cane braccato. Ed in mezzo a quegli odori, quei capelli nervosi, quelle dita ticchettanti e quelle risate tese che tentavano di rimandare nel fondo della gola il classico groppo d'inquietudine che non aspetta altro che mietere le sue vittime, c'erano le persone che si erano arrischiate a salassare il proprio portafogli e a mettere alla prova i propri nervi con il misterioso Kraken accademico. Naturalmente, il 90% degli esaminandi erano ragazze, che riempivano la sala di onde multicolori di capelli variamente acconciati, come un piccolo stagno bruno screziato dai riflessi dorati di qualche sporadico ciuffo biondo. Ciascuna portava la sua personalità intessuta con orgoglio nei maglioncini neri come le profondità marine della fifa in cui sguazzavamo o nelle colorate fantasie dei cardigan che sembravano voler esorcizzare la paura a colpi di un ostinato ottimismo. Alcune avevano optato per un look professionale, total black, con stringate maschili di vario gusto e lunghe collane argentate, che parevano voler arginare il panico in una corazza di sicurezza professionale fatta di tessuto. Altre, invece, si erano abbandonate alla sregolatezza dell'emozione, scegliendo abiti larghi, stivali di pelo, felpe portafortuna da cui probabilmente non erano uscite da settimane e crocchie disordinate sulla cima della testa che sembravano voler mettere più distanza possibile tra sé e il cuore improvvisatosi batterista metallaro. C'erano poi le vie di mezzo, quelle che cercavano di darsi moderatamente un tono, riuscendoci solo a metà. Qualche dettaglio le tradiva sempre: uno smalto sbeccato, un maglione leggermente appassito, un occhio stanco, una pettinatura anarchica che si ribellava alle imposizioni sociali del razionalismo patriarcale in nome di un'onestà intellettuale e di una coerenza identitaria con il proprio momento di fifonaggine. Ed in mezzo a questo acquario di progesterone, sbucava qua e là una barba, un mimetico maglione a tinta unita, una mano mascolina, come una manciata di pesci che nuotavano in questa vasca di molecole d'acqua. Diversa composizione chimica, stessa paura dilagante. 
stranger things
Una paura che portava a gesti irrazionali e ad una preparazione più simile a quella del soldato in trincea che non dello studente sotto esame, un equipaggiamento a cui mi sono trovata onestamente impreparata: ovunque infatti si vedevano sacche di provviste, pile di dolci, geografie di merendine di tutti i livelli di salinità sparsi sui minuscoli tavoli, stecche di cioccolato grandi quanto cuccioli di dalmata, marche di delizie incastrate nei portaombrelli come in una calca statunitense da Black Friday, addirittura cibarie organizzate per tipologia di umore, e persone che, buttando alle ortiche l'ultimo brandello di decoro, facevano emergere, dalle profondità delle proprie borse, sacchetti della spesa gialli così stracarichi di leccornie da far impallidire la Befana. E di certo, facevano impallidire il mio mesto panino imballato nel più misero alluminio da gita scolastica. Accanto a quello stipendio mensile in formato zuccherino, che da solo aveva probabilmente fatto alzare il PIL di un buon punto percentuale, c'erano torri di bottiglie, un intero lago diluito in 200 contenitori di capienza variabile, praticamente una popolazione nella popolazione, strumenti fondamentali per evitare una disidratazione a cui il nostro corpo aspirava con tutte le sue forze, e sostenuto dalla complicità di un impianto accademico che aveva fatto dell'attesa una forma d'arte. Se infatti l'esame prevedeva una prova della durata di 7 ore, si doveva considerare un'attesa extra di 1 ora e mezza, gravida di perdita di liquidi da sudorazione fredda, secchezza delle fauci come se fossimo in un deserto tropicale, e inevitabile appuntamento di massa al bagno, come suggerito dal miglior stereotipo della femminilità. Durante l'esame poi, la situazione vescicale ha assunto dimensioni da intervento delle ONG, scalzando anche la condizione delle popolazioni centro africane.
Dato che vi erano solo due bagni e una media di 190 fanciulle dalla vescica delle dimensioni di un francobollo, resa ancora più suscettibile a causa della idratazione forzata, del freddo novembrino e dell'ansia da esame, ben presto si sono create liste d'attesa da profugo, con una media di 50 povere disperate ad un passo dallo svuotamento coatto, cosa che mi ha fatto drasticamente rivalutare l'insofferenza provata per anni davanti ai 30 clienti in attesa alle poste e che mi ha fatto capire definitivamente come nessuna pop star riuscirà mai a superare l'affezione letteralmente viscerale che lega la donna al gabinetto. In definitiva questo esame è stato più una prova di resistenza che un vero e proprio test delle nostre competenze intellettuali: l'obiettivo sembrava quello di metterci di fronte ad un test circondato da un alone di mitica impossibilità, portarci allo stremo delle nostre capacità psicofisiche e valutare quanti di noi avrebbero gettato la spugna in preda ad un interiore microsisma panico, simile ad un'esondazione del Vajont. In questa condizione da survival horror universitario, gli insegnamenti delle tonnellate di fantasy letti dai tempi della gioventù hanno fatto la differenza: immedesimandomi in Frodo Baggins, lottando contro la mia natura come Ron Weasley, assumendo la testardaggine di Brienne da Tarth e la disperata determinazione di Bob Newby di fronte allo zoo di Demidogs, ho tirato un calcio alla paura e all'inevitabile attacco di strizza da inizio prova, in nome del fuoco del guerriero di chi mi aveva preceduta, onorando i loro sacrifici e decidendo che, non importa come, ma sarei arrivata in fondo a questa prova. Nessuno Smaug di carta mi avrebbe fatta cadere, nessuna vocina alla Kilgrave mi avrebbe fatta vacillare, nessun asmatico Darth Vader mi avrebbe fatta passare al lato oscuro della forza. Io sono Duille di Ansialand, ho visto di peggio che una manciata di parole su un foglio protocollo timbrato!  Determinazione, disperazione, una buona dose di adrenalina 100% home made e il lamento dell'io infantile che vuole tornare a casa: questi sono gli unici, veri ingredienti dell'improbabile guerriero, quello scelto per caso, o per destino, come direbbero alcuni. Non assicurerà la vittoria, ma almeno renderà degni di una elogiante terzina nelle grandi canzoni medievali cantate dai bardi della propria memoria. Che è un modo epico per dire che potremo parlare della nostra esperienza senza vergognarcene troppo. Ed è già più che qualcosa perché gli esami vanno e vengono, ma l'autostima, con quella dovremo farci i conti per sempre.

Duille





lunedì 6 novembre 2017

Indubbiamente dubbio

Il dubbio viene definito dal vocabolario come un aggettivo o un nome indicante incertezza, insicurezza, qualcosa che non è possibile determinare o definire con precisione. Per un ansioso sociale, il dubbio invece è una costanza imprevedibile, uno pterodattilo volante che cala tra capo e collo in un momento imprecisato, lasciando in uno stato di allerta costante, ma del cui arrivo si è così certi che ci si metterebbe la mano sul fuoco, perché il dubbio arriva sempre, come il cinepanettone sotto Natale.
Noi ansiosi infatti siamo persone dubbiose per natura, l'incertezza ci scorre  nelle vene come ad un americano scorre la Coca Cola nelle arterie, e di solito il dubbio si associa alla colpa, alla paura e ad una interminabile sessione di litigi interiori che lascia provati come dopo una partita a beach volley tra le sabbie mobili. Noi ansiosi siamo sempre pronti a metterci in discussione e a fare di ogni più piccolo gesto una questione di stato, tutto allo scopo di sentirci un po' più inetti e rifiutati dalla società. Si sa, la vita va avanti a colpi di inadeguatezza e Nutella. E dato che la metafora dello pterodattilo è di per sé fallace, da quando i paleontologi hanno ammazzato a colpi di scienza i loro sogni di volo e, con loro, le mie similitudini, non resta che trovare una metafora a prova di bomba (e di lettori pignoli), verificata personalmente e quindi intoccabile per definizione. Immaginate quindi il dubbio come un banco di nebbia, che vi piomba addosso mentre state tornando a casa, magari saltellando felici con le trecce al vento e il cesto di vimini che dondola soddisfatto. Un brividino lungo la schiena, un senso di umidità che vi arriccia anche i peli del naso e di colpo il BIANCO. Non so quale angolo abbiamo svoltato, ma ci siamo ritrovati in un tubetto di Vinavil. Ed ora, uscirne sarà una bella impresa perché, fidatevi, camminare dritto davanti a sé non sarà semplice. Il bianco infatti è il momento dell'autoflagellazione, del rimuginio selvaggio, dell'autoaccusa e dell'inevitabile autocondanna. Le cause del dubbio sono diverse e ciascuno ha la sua: chi è affetto da dubbio amletico, chi non ricorda di aver chiuso il gas, chi è indeciso se il dolorino provato sia un attacco di appendicite o un caso acuto di ipocondria, chi si domanda quale strada seguire per evitare l'attacco di panico e chi è in dubbio se mangiare quell'ultima fetta di torta che lo guarda solitaria nel piatto chiedendo solo di raggiungere le sorelle nel grande cerchio della digestione. E poi ci siamo noi. Coloro che temono di aver detto la cosa sbagliata, di non essere stati sufficientemente brillanti o di aver ostentato sapienze risultando presuntuosi, di essere stati poco o troppo gentili, di aver fatto la figura degli stupidi, di essere stati scortesi perché si era a disagio, di aver cicalato troppo o di aver avuto un atteggiamento da gufo, di aver riso in modo troppo sguaiato o, al contrario, di non aver beccato affatto i tempi comici. Insomma, di essere stati inadeguati, scortesi o di essersi ridicolizzati.
E' chiaro perciò che, quando cala il dubbio sulla nostra esistenza, con lei arriva la Santa Inquisizione, pronta a strizzarci i capezzoli e a tirarci lingua e pollici solo per farci confessare le nostre malefatte e mandarci quindi alla gogna accusati di aver mancato l'appuntamento con la selezione naturale (che ci avrebbe immancabilmente scartato). Quando siamo nel bianco, tutti i contorni sbiadiscono in una nuvola di preoccupazione da cui non riusciamo più ad uscire, il dubbio ci entra negli occhi e ci fa gelare il sangue alla domanda "quando avrò sbagliato?". La realtà scompare, sostituita da una psichica marea lattea su cui scorrono i capi d'accusa come i titoli di coda di un brutto film di Federico Moccia. Allora, armati di febbricitante angoscia, rispolveriamo i ricordi e li analizziamo minuto per minuto, alla ricerca di segnali del nostro terribile errore, dell'onta suprema, della macchia indelebile a qualsiasi intervento di candeggina, della causa della nostra rovina definitiva. Come restauratori esperti, facciamo il carbonio 14 alle conversazioni, misuriamo i tempi di risposta, contiamo sull'abaco mentale le interazioni successive al momento dell'enunciato incriminato, facciamo analisi comparate con eventi precedenti, insomma, scandagliamo ogni fiato espirato (da noi, dagli altri, persino dal cane che russava sul tappeto) come cercatori d'oro sui fiumi del Colorado. Naturalmente si tratta di un lavoro inutile dato che, come ci insegna la psicologia, vediamo solo ciò che può confermare le nostre aspettative. E cosa pensate che possa vedere una testa piena di nebbia come se fosse in un vagone fumatori all'epoca del Grande Gatsby? Dolore, sangue e lacrime, naturalmente. E una confessione già scritta e pronta da firmare. Siamo colpevoli, questo è certo. Bisogna solo capire di cosa. Questo è il tratto distintivo del dubbio dell'ansioso sociale: il nostro dubbio è un'incertezza acida come il latte andato a male, è l'insicurezza che, mentre accusa, affila già la mannaia e prepara il nodo scorsoio al cappio. Il dubbio dell'ansioso sociale è già certezza di morte, anche se cerchiamo ancora di combatterla a colpi di razionalità e di logica, con la stessa perseveranza con cui Bunny si ostinava a cucinare per Marzio.
E nel frattempo, mentre la nostra indagine alla "Chi ha incastrato Roger Rabbit" cambia colore ad una bella giornata come se fosse stata toccata da Tristezza, il presente ci sfugge dalle dita, lasciandoci immobili come conigli davanti all'occhio di bue del fanale di un'automobile. Ci perdiamo in noi stessi e, così facendo, ci perdiamo anche il resto. In definitiva quindi il dubbio si rivela più il Nulla della Storia Infinita che una innocua nebbiolina. Ci risucchia, e con noi il nostro tempo, in una realtà di elucubrazioni mentali, di avvitamenti in noi stessi, di attorcigliamenti che ci tolgono le forze, fino a quando siamo intrappolati in una rete di pensieri catastrofisti a cui si associano nuove colpe, nuovi dubbi, nuove incertezze, perché scavare nei ricordi non è mai un'attività priva di pericoli, anzi. Infatti, anche se per miracolo ci ritrovassimo ad avere come avvocato Matt Murdock e quindi riuscissimo a sfangarla, nel rivangare il passato comparirà sicuramente qualcosa per cui siamo colpevoli. Magari abbiamo dimenticato di offrire da bere a qualcuno. O forse abbiamo risposto in modo poco esaustivo. O, peggio, abbiamo usato un tono di voce passibile di fraintendimenti. Quell'incremento di un'ottava alla fine della frase risulta gravida di sospetti, in effetti.  Ma quindi non c'è speranza per noi, poveri sventurati frequentatori di Pianure nebbiose? In realtà, una soluzione c'è: smetterla di venire a patti con la Santa Inquisizione dentro di noi. Tanto perderemo sempre e comunque, quindi l'unica possibilità è cercare la via d'uscita da questo personale Sottosopra in cui ci siamo cacciati. Come ci insegna Stranger Things, è inutile tentare di parlare con il Demogorgone, quello vuole solo papparci con un contorno di patatine novelle. Allora l'unica possibilità è offrire un cordiale gesto dell'ombrello a tutta questa gogna mediatica in cui ci piace annegarci e proseguire dritto per la propria strada. In fondo, finché non c'è condanna, rimarrà sempre il beneficio del dubbio. 
Duille



lunedì 30 ottobre 2017

Vita da sessione d'esame

Ci sono dei momenti periodici nella vita di ogni studente universitario in cui devi scollarti dal mondo e dalla società civile ed iniziare una personale battaglia epica per l'istruzione: il periodo degli esami.
Partiti come giornate di preparazione all'esame, diventano presto una lotta per la sopravvivenza paragonabile solo ai tentativi di Tom Hanks di rimanere in vita in Cast Away. Sommersi da libri, schemi improvvisati, tazzine da caffè impilate da giorni a formare una domestica torre di Pisa, con l'alienazione negli occhi da isolamento forzato e con un cimitero di post-it sparsi ovunque, comprese le mutande, diventiamo così dediti alla causa da finire in un buco nero dissociativo da carcerato medievale a cui tutto il nostro corpo si adegua. 
Il nostro unico obiettivo è arrivare preparati all'esame, strappare il fatidico 18 (o più) e poi bruciare i libri in un falò notturno da streghe di Salem seguaci del Demone dell'ignoranza. Ma come capire se si è finiti in questa quest da signore degli anelli in viaggio verso il Monte Fato accademico? Generalmente, sei uno studente sotto esame: 
- quando una mattina ti guardi allo specchio e ti rendi conto di aver smesso di lavarti da almeno una settimana
- quando ti chiedi dove sia finita, quella settimana. 
- quando sviluppi un rapporto di ambivalenza con il giorno dell'esame: lo aspetti con la stessa fede con cui gli ebrei aspettano il messia e, allo stesso tempo, lo temi con lo stesso terrore con cui Maria Antonietta camminava verso la ghigliottina.
- quando tutta la tua vita improvvisamente si concentra intorno a quella data, quel numero magico che funge da spartiacque per tutta la tua esistenza: c'è un prima, fatto di sofferenza, di occhiaie in cui ci si potrebbe portare comodamente un cucciolo di canguro e di gobbe da studio che farebbero invidia a Quasimodo (quello di Hugo, non il poeta), e un dopo, fatto di corse nei prati, fiori intrecciati tra i capelli (anche se è inverno) e vivacità da dugongo felice. 
- quando ti si crea una visione schizofrenica del tempo: ne sei ossessionato, lo centellini, lo organizzi al millimetro, lo dividi in fette sempre più sottili, come Jack con il fagiolo con cui doveva nutrire l'intera famiglia (e con lo stesso grado di disperazione) mentre quello si ostina a sfuggirti dalle dita al punto che, in un colpo di starnuto, si è passati dalle 9 del mattino alle 11 di sera. E, in alternanza a questa fuga delle lancette, vivi momenti di sospensione del tempo, in cui le ore si dilatano in un infinito loop di dolore esistenziale in cui sviluppi la strana sensazione dickensiana di non aver mai fatto altro che studiare, non ricordi come era la tua vita prima di quelle settimane infernali e ti convinci che passerai il resto della tua misera esistenza chino sui libri. Oliver Twist in confronto era un ragazzino che trovava quadrifogli anche nel pudding! E, nel soffrire così teatralmente la tua condizione, ti domandi se magari non ti sia trovato a studiare nell'abitacolo molto grande di una Delorean impazzita. 
- quando le pagine sembrano attuare dei processi mitotici notturni, così che, al mattino, sono sempre più di quante ce n'erano la sera.
- quando non ricordi nulla di quanto studi e, ad un certo punto, fatichi a ricordare anche il nome del cestino di fronte a te. 
- quando la stanza esplode, tappezzandosi di libri, e tu perdi tempo in fantasie catastrofiste in cui i libri sono stati dotati di un microchip militare e vogliono assassinarti come i Commando Elite volevano accoppare i Gorgonauti
- quando ti rendi conto che gli eremiti sulle montagne dello Yemen, gli scaldabagni e persino lo scolapasta che non usi mai hanno una vita sociale più ricca della tua.
- quando fare la spesa, pagare le bollette in posta, andare dal dentista, buttare l'olio scaduto alla piattaforma ecologica assumono un fascino del tutto nuovo.
- quando sviluppi interessi da malato dell'igiene e ti convinci che pulire le fughe delle mattonelle del bagno con uno spazzolino e un cotton-fiocs sia di vitale importanza per le sorti dell'umanità.
- quando i muri bianchi e i granelli di polvere nell'aria ti inducono atti contemplativi degni di un filosofo, regalandoti intere mezzore di sguardi fissi nel vuoto e bavetta alla bocca, da cui ti risvegli con un rantolo di orrore alla Smeagol dopo la perdita dell'anello.
- quando, ovunque ti giri, vedi riferimenti alla materia che stai studiando, e non puoi fare a meno di parlarne.
- quando non solo la risposta alla domanda fondamentale non è 42, ma per ogni domanda esistono almeno 20 possibili risposte, nessuna delle quali è quella che hai scelto tu.    
- quando il tuo cervello prende alla lettera gli studi sugli stati della materia e si cimenta in complicate trasformazioni dallo stato solido allo stato liquido, sbatacchiando come un luccio contro le pareti craniche, e poi allo stato gassoso, riempiendoti la testa di una nebbia amnesica alla Silent Hill, per poi tornare dolorosamente allo stato solido, nella forma di un macigno pesante quanto un elefante indiano ricoperto di calcestruzzo e dando un senso tutto nuovo alla frase "il peso del sapere". 
- quando ti perdi in ripetute crisi esistenziali in cui ti domandi perché tu abbia volontariamente deciso di continuare a studiare, quando tu sia diventato così tanto masochista e chiedendoti perché nessuno abbia mai provato a dissuaderti con uno di quegli affascinanti interventi all'americana. E una volta capito che la colpa è solo dei tuoi genitori (perché è sempre colpa dei genitori), spendere i successivi quindici minuti odiandoli come solo un figlio sotto esame sa fare. 
- quando, riguardando la prima stagione di Stranger Things, sei più interessato al metodo di studio di Nancy che alle sorti di Will Bryce.
Se leggendo questa lista parziale ti ci sei ritrovato, allora complimenti, sei in piena crisi da sessione da esame! Hai la mia comprensione, il mio sostegno e i miei bigini, se mai ne avessi bisogno. La cosa positiva è che, grazie al cielo, se ne esce, si sopravvive, ma a patto di seguire l'unico consiglio utile in questi casi: bricco di caffè in una mano e un Millennium Falcor di cioccolata nell'altra. La ciccia in eccesso la bruceremo ballando tutta la notte intorno al falò dei libri scolastici.  
Duille

lunedì 23 ottobre 2017

Capitolo 22: Anna dai capelli rossi

Ci sono libri che profumano di legno di pino, che frusciano come le cime degli alberi al tocco dell'aria primaverile e che scaldano come il fuoco di una candela invernale. Sono libri che ti fanno sentire a casa, che ti risvegliano dolcemente, come una coccola, come le fusa del tuo gatto che ti guarda innamorato dall'angolo del cuscino.
Sono libri che ti fanno respirare bene e che ti regalano luoghi che non sapevi di aver già inventato, laggiù, nel nucleo piumoso del tuo essere. Ogni tanto ne trovi uno, ti ci imbatti per caso, o per destino forse, e li senti subito confortevoli tra le dita, scorrevoli sotto gli occhi e vividi nella immaginazione, come se li avessi sempre pensati, come se li avessi avuti sempre con te e in te. Ti fanno tirare un respiro di sollievo appena li apri, mentre li sfogli e nel sentire la grana ruvida della carta sotto i polpastrelli. Sono libri che ti regalano qualcosa di cui non sapevi di avere bisogno, ti appartengono tanto quanto tu appartieni a loro. Sono le esperienze per cui vale la pena leggere. Anna dai capelli rossi, di Lucy Maud Montgomery, regala questo sapore di serenità, questo respiro lento, ampio, come una canzone suonata in un vecchio pianoforte in cui puoi sentire le vibrazioni delle corde, sotto il coperchio di legno smaltato. E' un ritorno a casa lungo 431 pagine di cui non ti stanchi mai, ha il calore del Natale in famiglia e la dolcezza di una solitaria passeggiata nel bosco. E' un attimo di tregua, un momento di semplicità e di ordine, è il ritorno al tempo degli alberi, degli uccelli e dei laghi scintillanti. Ma è anche un reincontro con una parte di sé spensierata e leggera, spesso soffocata da esigenze di velocità, dalle ansie, gli impegni, dai bicchieri d'acqua visti con una lente di ingrandimento. E' un anelito di vitalità. La Montgomery riesce in questo intento grazie al suo enorme talento letterario e allo strabordante amore con cui scrive, ma soprattutto grazie al tenero tocco materno che dedica ad ogni suo personaggio e all'incredibile minuzia di dettagli che popolano le sue descrizioni paesaggistiche, di cui non ci si riesce mai a stancare. La natura è infatti protagonista assoluta del romanzo, rigogliosa, poetica e descritta dall'autrice con occhio attento ed esperto, puntualissima nel ricreare fedelmente quella tavolozza di colori che è l'isola di Prince Edward e nel dare al lettore l'impressione di essere completamente avvolti da questa flora lussureggiante e benevola. Ciliegi, ruscelli, aceri rossi e fiori dai meravigliosi nomi botanici esaltano il rigoglio naturale di Avonlea, il paesino in cui approda la piccola Anna, creando scenari fiabeschi morbidissimi, in cui ci si vorrebbe perdere. La natura conferisce quindi al testo i suoi toni sognanti ma ne scandisce anche i ritmi e i tempi. E' il susseguirsi delle stagioni, infatti, l'unico indicatore temporale in cui collocare le vicende, narrate in forma episodica, nei 5 anni coperti dal romanzo.
E' la natura che da' il ritmo alla vita, che colora l'esistenza dei suoi abitanti, che dà vivacità, proprio come i capelli rossi di Anna, adottiva figlia silvestre di questa terra canadese. All'interno di questa cornice viva ma delicata, si muovono personaggi tratteggiati con pennellate sicure, costruiti su un tratto dominante intorno a cui si cristallizzano altre caratteristiche, come le macchie di colore sulle ali di una farfalla. Queste linee sicure li rendono prevedibili, chiari, ma mai piatti o noiosi, piuttosto rassicuranti, come vecchie conoscenze che non cambiano nonostante il tempo che passa. Come tornare a casa e vedere che, in fondo, è rimasto tutto uguale. Sono tutti immancabilmente imperfetti, a partire dalla stessa Anna, ma la loro è un'imperfezione che non stona mai, ma si armonizza meravigliosamente in un mondo in cui solo la natura è perfetta. E' l'aver intuito l'importanza dell'imperfezione ad aver permesso alla Montgomery di creare un mondo da sogno senza perdere di realismo, senza renderlo artefatto, proprio come Louisa May Alcott fece con Piccole donne. Il risultato di questo progetto è un romanzo rassicurante, dominato da un profondo senso di familiarità e che regala quella tipica sensazione sulla pelle che si produce quando si torna a casa dopo una lunga giornata. Anna dai capelli rossi fa sorridere, fa piangere, fa guardare i personaggi con quello sguardo materno e comprensivo che si concede solo alle persone più amate, rende indulgenti, rilassa e abbassa ogni difesa. E' un luogo in cui tornare quando ci si sente troppo stanchi, quando ci sono troppi sassi nelle scarpe o semplicemente, quando si ha voglia di una fetta di torta e di un bicchiere di sciroppo di mirtilli, magari all'ombra di un ciliegio in fiore. 
Duille

"Il vetro magico è stupendo, lo ha trovato Diana nel bosco dietro al suo pollaio. Riflette tanti piccoli arcobaleni che non hanno avuto il tempo di crescere." (p.128)







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